Dal Campo Giovani 2018

Sapete qual è stata la cosa che più mi ha colpito di Agape? È un posto pensato per l’incontro: tutto ti trascina giù, verso il salone, verso il dialogo e la vita comunitaria, è il posto stesso che ti impedisce di isolarti. E chi più di noi giovani ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa? Siamo saliti e salite con queste domande in testa, su e più su per la strada tortuosa in cerca di qualche risposta, in cerca di confronto con altri e altre che ci fossero simili.

Durante il Campo Giovani, che si è tenuto ad Agape nel mese di novembre, abbiamo discusso e affrontato più aspetti dell’adultità e, in particolar modo, vorrei soffermarmi sull’attività del gioco di simulazione. È stato un vero e proprio viaggio nel futuro: ci siamo seduti a gruppetti nel salone e abbiamo giocato a viaggiare nel tempo; chiusi gli occhi, ci siamo proiettati e proiettate sempre più avanti, di anno in anno, aiutati da una meditazione collettiva coordinata dal microfono di staffisti e staffiste. Nel momento in cui abbiamo riaperto gli occhi, eravamo immersi e immerse in una nuova realtà. Eravamo sempre noi stessi: eppure, proiettati in questa nuova vita, ci siamo trovati a raccontarci con quegli stessi amici l’accaduto in questi anni passati. Ad ogni nuovo risveglio ci venivano assegnati “imprevisti” che potevano sconvolgere da cima a fondo ciò che ci eravamo immaginati, esattamente come nella vita di tutti i giorni. È stato difficile, durante i primi turni, immaginarsi così in avanti nel tempo (anche solo di un anno: riuscireste ad immaginare l’accaduto di un anno intero?) ma piano piano è diventato sempre più coinvolgente e automatico, esattamente come se le cose fossero accadute davvero. Fino ad un punto di rottura e di conclusione, in cui abbiamo dovuto immaginarci una (per fortuna) fittizia e traumatica chiusura di Agape, a un punto in cui ormai tutti avevamo superato il 2060. Quest’attività, come tutte le altre, ci ha avvicinato ad un concetto astratto e complesso, l’adultità.

La domanda di apertura del campo Giovani 2018 recitava:

“Sei in grado di considerarti completamente Adulto? Per quali aspetti e fattori la tua risposta è stata sì o no? Sarai avvolt* da una sensazione di totale spaesamento, nessun problema! Avessimo la risposta a tutto non potremmo porci nessuna domanda, e che mondo sarebbe?”

Che nessuno e nessuna si senta solo in questa impresa che deve essere, anzi, affrontata insieme. Un campo pensato per i giovani e le giovani, creato da coloro che si sentono giovani dentro, uno spazio dedicato a tutti coloro che si sentono intrappolati “nel mezzo”.

Stella Faggioli

Quando i residenti fanno la Retraite

Poco dopo l’arrivo di tutti i membri del nuovo gruppo residenti, c’è una settimana speciale. La retraite! È una settimana che serve per conoscere gli altri e le altre e anche Agape. Serve anche a stabilire alcuni obiettivi e decidere in che settore lavorare.

La sera prima della retraite era già importante, perché abbiamo conosciuto alcuni amici di Agape. Per me è stato un ottimo inizio della retraite, perché Agape non è solo un luogo, ma anche la gente. Quello è stato il modo migliore per impararlo. In seguito abbiamo dato il benvenuto all’ultimo membro del gruppo: Steven!

Finalmente eravamo tutti e tutte insieme. Abbiamo iniziato ogni giornata con una breve meditazione. È stato un buon modo per cominciare il giorno, soprattutto perché la retraite serve anche a capire cosa vuoi veramente da quest’anno.

Tra le varie cose da imparare sulla struttura di Agape (il che è stato complicato, un po’ noioso ma molto importante), siamo anche uscit* insieme per divertirci un po’, per esempio per raccogliere castagne (in realtà è finita con chiacchiere sotto il sole 😉 non era ancora il momento per le castagne). Siamo anche andat* insieme alla corale. È stato molto interessante conoscere gente di Prali. Molti e molte di noi hanno deciso di unirsi alla corale, a testimonianza di quanto sia piaciuta questa serata.

Una parte importante, per chi non si trova spesso in Italia, è conoscere il cibo. Quindi abbiamo anche passato un po’ di tempo per farlo, andando a mangiare in un ristorante. Pizza e birra sul divano mentre si guarda un film (che abbiamo deciso insieme, cosa difficile!): una combinazione perfetta!

Una parte grande durante la retraite, e per me la più importante, è stata conoscere gli altri e le altre. Abbiamo fatto molte cose come lavori di gruppo. Ogni residente si è guardato dentro e poi si è presentato/a. È una cosa difficile condividere cose private con persone che si conoscono da poco tempo. È stato emozionante, ma penso che dopo ci conoscevamo tutt* meglio. Mi sono sentita più connessa con gli altri residenti, e ho sentito meno “muri” tra di noi, “muri” che è normale avere, quando si incontrano persone sconosciute. I giochi sulla fiducia sono stati difficili ma sono serviti a costruire sicurezza nel gruppo.

Dopo esserci conosciuti e conosciute meglio, il passo successivo era decidere come si svolgerà il prossimo anno. Abbiamo parlato dei  nostri obiettivi e condiviso le nostre speranze e paure. Di nuovo è stato difficile aprirsi in questo modo, ma anche incoraggiante, perché ci siamo aiutat* a vicenda per la loro gestione. “fiera della mucca” è il nome che è stato dato alla parte in cui abbiamo deciso chi lavorerà dove. Un buon nome che parla da sé. 😛

Con l’ultimo giorno di retraite abbiamo iniziato la routine futura: assemblea e pulizie di casa residenti. Un lavoro settimanale.

In fine posso dire che per me la retraite è stata un buon modo per approcciarmi a tutte queste cose. Benché sia stata a volte molto emozionale, e a tratti poco interessante, è stata una settimana molto importante. Ci siamo sentit* tutt* più conness* e in questo momento è nato uno spirito di gruppo. In seguito, credo, abbiamo iniziato a capirci meglio, e sono sicura che, durante l’anno, riusciremo a trovare insieme le soluzioni ai problemi. Ora siamo il “gruppo residenti” e ora (soprattutto dopo la retraite) sono sicura che venire qui sia stata una delle migliori decisioni della mia (ancora corta 😉 ) vita.

Ciao a tutti,

Victoria.

Tutto pronto per l’inizio del nuovo anno in casa Residenti

È il 13 Ottobre 2018 e mentre vi raccontiamo un po’ del nostro inizio si comincia a sentire un buon profumo di patate con brie e prosciutto e fuori il sole lascia il posto alla luna e alle infinite stelle della notte Agapina. Innanzitutto ci presentiamo: siamo il nuovo Gruppo Residente e, oltre a Direttore e Vicedirettora, siamo 3 ragazzi e 6 ragazze provenienti da Italia, Germania, Serbia e Colombia. Come forse già saprete alcun* di noi sono qui da uno o addirittura due anni, ma altr* sono qui solo da poche settimane, e il grande salone vuoto in questo posto lontano dalla società un po’ spaventa e un po’ affascina tutti e tutte, vecchi e nuove.

Ringraziamo gli ex residenti Luca, Kaća e Viktor, e Chilo che hanno finito il loro servizio ad Agape. La loro partenza ha un po’ destabilizzato chi di noi era qui già l’anno scorso, ma dopo circa due settimane passate tra arrivi, partenze e ferie di varie persone, abbiamo organizzato un piacevole aperitivo a Torino, siamo andat* tutt* insieme a Caselle per l’arrivo dell’ultimo nuovo residente e ci siamo tuffat* nella settimana di retraite, parlando di noi, meditando e provando a farci un’idea sul funzionamento di Agape, e ora possiamo finalmente dire che la nostra vita da residenti è iniziata per davvero. Chiara, Dominik, Fulvio e Olga, che hanno già vissuto almeno un inverno qui, in questi giorni cercano un po’ di passare ai “nuov*” le loro conoscenze e un po’ di farsi venire in mente lavori che possano essere eseguiti insieme ma non siano rivoltanti come pulire le canaline esterne o quelle di Cucina e Servizio (che intanto detergiamo impeccabilmente, aspettando con ansia di avere idee più piacevoli); Marie, Victoria e Višnja, lavorando in centro con i “vecch*”, iniziano ad adattarsi e ad apprezzare il lento ritmo dell’autunno Agapino e cominciano a pensare che non vedranno mai un salone popolato e che il Campo Lavoro sia solo una leggenda; e infine l’ufficio, quest’anno rinnovato, è ormai diventata la calda dimora di Milica e Steven, che, dopo aver imparato i fondamenti del loro nuovo lavoro e aver avuto a che fare con le prime iscrizioni, sono talmente dentro alla mentalità dell’ ufficio che iniziano a dimenticare di fare alcune pause caffe, smettono di lavorare quando suona la campana che chiama le persone per la cena.

Per quanto riguarda la casa, invece, le camere si sono ripopolate e sono quasi tutte completate, mentre il salotto passa in continuazione da essere luogo di rilassante rifocillamento a ospitare il calore del caminetto e delle canzoni cantate suonando la chitarra o gruppetti di persone che, a ritmo dei classici delle ultime estati, alzano la musica al massimo e iniziano a ballare come pazzi e pazze, trasportando in casa un po’ dell’energia tipica delle feste agapine (per ora senza lamentele da parte di altr* residenti che forse preferirebbero riposare ma che comunque sembrano godersi il clima allegro). Insomma, qua su va tutto bene e l’anno è iniziato in maniera tranquilla, ma noi Residenti non vediamo l’ora di ospitare i diversi gruppi e campi di questo autunno e inverno e con essi campolavoristi e campolavoriste che speriamo vengano in nostro aiuto, quindi se vi ricordate di non aver nessun impegno nei weekend di Novembre e a Dicembre e vi va di venire a lavorare e a godervi un po’ Agape con noi, scrivete all’ufficio e salite subito che dato che stiamo pulendo ora la canaline non rischiate di dover fare nulla di disgustoso .

Grazie per esservi interessati e interessate e aver letto fino in fondo questo breve racconto, ci vediamo presto!

Il gruppo Residente.

La realtà sospesa di Agape

Il volto di Cristo e il Regno di Dio

Ogni storia comincia con qualcosa. La storia di Agape comincia con Tullio Vinay: Scolpiamo sulle rocce dei nostri monti il volto di Cristo – con queste parole viene avviato il progetto Agape. Il Centro Ecumenico Agape nel suo aspetto fisico ha preso forma ormai da tanto tempo; Agape è scolpito nei monti, esiste. Anche la nostra personale storia di Agape comincia lì, nei monti, tra i suoi muri. Ci scorgiamo però il volto di Cristo, il pensiero iniziale? Vediamo in Agape la testimonianza di Dio nel nostro mondo?

Probabilmente durante la sua costruzione si vedeva questa testimonianza incisa nei suoi muri, quando dava a centinaia di giovani donne e uomini la possibilità di realizzare qualcosa più grande della propria realtà. Non costruivano Agape, ma costruivano la propria comunità, che era un’utopia, un’idea senza luogo che rendeva visibile la presenza di un Dio che ama. Nonostante questa comunità si fosse costruita dei muri e un tetto per essere ospitata, era rimasta un’utopia in costruzione, un outopos: se voleva essere segno visibile della presenza di Dio, non si poteva fermare con la costruzione dei muri ma doveva indicare qualcosa oltre se stessa: un mondo migliore ancora da definire.

Se parliamo oggi della visibilità del volto di Cristo, non possiamo fare altro che usare questi termini: poter rendere visibile il pensiero iniziale di Agape creando un luogo dove tutti e tutte coloro che ardono per Agape possano costruire la loro comunità – nella consapevolezza che la comunità non è soltanto obiettivo, ma messaggio e mezzo per raggiungere un obiettivo al di là del visibile. Il messaggio è un Dio che ama e un mondo da amare; l’obiettivo è il mondo migliore ancora da definire, il Regno di Dio come promesso da Gesù, ancora non visibile – ma sempre presente, nel sogno e nell’obiettivo comune, come una scintilla ardente. Ogni tanto riusciamo a vedere questa scintilla, nelle varie realtà di Agape e ci innamoriamo di quel qualcosa da definire. Di questo nostro amore e di questa nostra storia di Agape vorremmo raccontarvi oggi.

 

Lo spirito di Agape

Venendo ad Agape per la prima volta sentiamo una magia – o spiritualità, o comunità, insomma qualcosa – e cerchiamo delle parole per descriverlo, trovando queste parole nel cosiddetto “spirito di Agape”. Chiamiamo “spirito di Agape” quello che ci fa tornare ad Agape una volta messo piede sulle sue rocce. Tanto è facile evocare lo spirito di Agape, quanto è intangibile nel momento in cui lo vogliamo definire: sembra una entità astratta, perché non è collocabile, né nel Gruppo Residente, né nel Campolavoro, né nelle staff, né nei comitati. Così come non si può spiegare Agape soltanto con il luogo visibile ma dovendo aggiungere la somma delle idee trattate, delle persone presenti e ancora qualcosa in più, così è onnicomprensivo anche lo spirito che aderisce a questo posto: legato a ogni persona che costruisce Agape con il proprio servizio, le proprie idee e ancora qualcosa in più.

Da questo pensiero vediamo affluire l’illimitatezza di noi stessi: sentiamo di poterci fare coinvolgere nelle diverse realtà di Agape e in queste possibilità vediamo la promessa di poter essere noi stessi, cioè di realizzare noi stessi all’interno di una struttura che ce lo permette. In questi termini, la frase costitutiva di Agape, scritta nella Chiesa all’Aperto – L’amore non verrà mai meno (1Cor 13,8) – ci suona come la seducente promessa immensa e infinita di libertà. E ci godiamo questa libertà con tanti altri e tante altre, ci godiamo la piacevole rassicurazione che Agape è il nostro sogno, aperto alle nostre idee e alle nostre esigenze.

Quel sogno ci accoglie e comincia ad assorbire il nostro entusiasmo autocentrato. Pian piano capiamo che Agape non è il nostro sogno. È qualcosa di molto diverso e al contempo simile: è il sogno altrui. Con questa rivelazione la nostra esaltazione lascia spazio a qualcosa al di là di noi stessi e noi stesse: ci rendiamo conto della concezione utopica di Agape; cominciamo a vedere Agape come mezzo per una realtà oltre di noi. Ed è qui che la promessa di libertà cambia radicalmente: è ancora immensa, ma immensa nelle possibilità che richiedono il nostro impegno. È ancora infinita, ma infinita nei termini della nostra finitezza nel poter contribuire.

Più di voler essere accogliente per tutte e tutti, il concetto dello spirito di Agape comincia quindi a essere una chiamata all’ordine: cosa porto veramente ad Agape? Adatto Agape a un sogno mio e alle esigenze mie o mi adatto al sogno di Agape e alle sue esigenze? Il sogno di Agape non è più una fuga dal mondo, il posto per trovarmi ed essere me stesso, me stessa. Tuttavia sentiamo profondamente l’impatto di queste due domande sulla nostra esistenza, cambiano il significato che Agape ha per noi e ci cambiano la vita, perché cambiano la nostra prospettiva sul mondo.

 

Agape come mezzo: fede per chi crede e per chi non crede

Il più grande impatto di Agape lo vediamo nella persona di fronte a noi: non è più l’altro, l’altra ma è nostro fratello, nostra sorella, è nostra madre, nostro padre, è nostro figlio, nostra figlia. Vediamo agire questa persona e sappiamo che il suo agire è radicato profondamente in quello che non riusciamo a vedere – cerchiamo almeno di leggerla con questa ottica, sapendo che le nostre azioni sono le prime ad aver bisogno di una tale lettura. Sentiamo parlare questa persona e sappiamo che nel suo parlare risuona ciò che non riusciamo a sentire – proviamo almeno ad ascoltarla in questo modo, sapendo che le nostre parole sono le prime ad aver bisogno di un tale ascolto. Intravediamo la scelta di questa persona e sappiamo che le sue ragioni sono molto più ampie del nostro giudizio – vogliamo almeno valutarle con questa ragione, sapendo che le nostre scelte sono le prime da mettere sotto un giudizio clemente.

Tentando un tale punto di vista corriamo un rischio, perché questo ci mette in una posizione di debolezza. Fidandoci senza condizioni di una persona che non conosciamo, ci togliamo tutte le armi di difesa. Il nostro cuore aperto è la premessa per accogliere ciò che è nascosto, ma il nostro cuore aperto è anche una ferita: una volta aperto alla persona di fronte a noi non possiamo più chiuderlo. Siamo scoperti quando non si tenta di leggere la profondità delle nostre azioni, quando non si tenta di ascoltare la risonanza delle nostre parole, quando non si tenta di valutare le nostre scelte con clemenza. Questa debolezza però è indispensabile per un dialogo non legato al visibile ma al possibile, ci è richiesta in quanto la comunità di Agape si è creata con l’apertura dei nostri cuori, ci è permessa in quanto la comunità di Agape si è consolidata proteggendo chi apre il proprio cuore; e la comunità, costituita nuovamente in ogni singolo momento di debolezza, ci dà la forza di continuare e di offrirle il meglio di noi.

L’utopia per noi comincia a esprimersi nel nostro modo di guardare, ascoltare, valutare; tramite la nostra debolezza diamo possibilità a una realtà nuova: la fiducia nella persona di fronte a me diventa la fede che nel mondo viva il bene, la fede che la creazione sia voluta buona. E questa fede ci cambia la vita, perché ci dà un cuore nuovo, uno spirito nuovo: ci dà un cuor vivo (Ez 36,26). Permettendoci di vivere con questo cuor vivo e aperto, ferito e non difendibile, e accettando la nostra debolezza, la realtà nuova che creiamo in ogni momento diventa un mondo migliore. E dando questo contributo, credente o no, il Regno di Dio comincia a scintillare nel nostro amore e nell’amore altrui.

 

Agape come messaggio: speranza portata al mondo

Agape ha cambiato, quindi, il nostro punto di vista. Abbiamo anche scoperto che Agape ha un punto di vista proprio, condiviso: anche questo punto di vista è caratterizzato dalla tensione tra ciò che è visibile e ciò che non è visibile. Abbiamo visto che Agape, durante la propria esistenza, ha sviluppato un approccio verso le persone basato su quello che la persona porta in sé come potenzialità: ci rivolgiamo più a ciò che è possibile che a ciò che appare. Fidandoci della promessa e della possibilità del mondo migliore, dell’utopia, ad Agape sperimentiamo il tentativo di vedere in chi arriva la promessa di ciò che non c’è ancora.

Agape cambia il nostro punto di vista e, al contempo, ci fa sentire che il punto di vista su di noi è profondamente cambiato: Agape si è messo sul nostro cuore come un sigillo (Ca 8,6), ci ha messo in un contesto nuovo. Quel nuovo contesto, vedere nella nostra vita la possibilità dell’utopia, la scintilla del Regno di Dio, ci fa diventare un messaggio: non siamo più diretti a noi stessi, dirette a noi stesse, ma al mondo migliore; non siamo più chi siamo, ma chi possiamo essere. Troviamo le impronte di quel sigillo in noi e negli altri e altre e vediamo che queste impronte sono rivolte al futuro, al nostro e quello delle altre e degli altri.

Viviamo le impronte di Agape come un segno, un segno invisibile. Ci identifica come parte necessaria di una comunità: non siamo soli in quello che facciamo e non cerchiamo noi stessi e noi stesse in quel che facciamo, bensì gli altri e le altre. Questo segno ci identifica, però, anche come persone delegate di questa comunità: non facciamo quel che facciamo per noi stesse e noi stessi, ma per un futuro possibile, per una persona possibile, per un mondo possibile. Il segno di Agape ci chiama a rivolgerci non a noi o soltanto alla nostra comunità, ma verso qualcosa più grande di noi e della nostra comunità: l’impronta di Agape che ci ha segnato per tutta la nostra vita, che ha cambiato il nostro punto di vista, che ci ha permesso di vederci nelle nostre possibilità, è il messaggio che portiamo al mondo con piedi simili a quelli delle cerve negli alti luoghi (Sal 18,33). Vediamo che il sigillo non è soltanto sul nostro cuore ma anche sul nostro braccio, e capiamo che non abbiamo deciso di portarlo ma che siamo stati chiamati e state chiamate a vedere un mondo possibile.

 

Agape come obiettivo: l’amore nella comunità

Il mondo possibile, però, non esiste. Proviamo a dargli forma, luogo, visibilità nella nostra comunità, ma non esiste ancora. La nostra comunità, con tutto il suo entusiasmo, il suo amore, i suoi sogni, è realtà. È parte del mondo come tutto ciò che vogliamo far evolvere, tutto ciò che vogliamo superare, tutto ciò che vogliamo abbandonare. La realtà di Agape è fragile e noi viviamo in una realtà fragile anche se siamo indirizzati verso il mondo migliore. Dobbiamo reagire a questa realtà che non è l’utopia sognata, facciamo parte del mondo che non è il Regno di Dio.

Abbiamo visto, però, una scintilla di ciò che non siamo; abbiamo visto la città posta sopra un monte (Mt 5,14). Abbiamo visto la scintilla e ci siamo sentite chiamate e chiamati a cercarla, ad accoglierla nella fragile realtà di Agape. Quando ci siamo innamorati del sogno che unisce la comunità abbiamo accettato la promessa di cercarlo, di renderlo possibile. E questa promessa ci ha fatto nascere la speranza, una speranza delicata, che dobbiamo ritrovare ogni giorno di nuovo: che il fallimento, il fallimento continuo non ci allontana dal nostro sogno ma ci avvicina a esso.

Per amor di Sion io non tacerò, per amor di Gerusalemme io non mi darò posa, finché la sua giustizia non spunti come l’aurora, la sua salvezza come una fiaccola fiammeggiante (Is 62,1): La nostra storia d’amore ha avuto un inizio, tanti inizi – ma una fine non ce l’ha. È diventata l’entità plasmante della nostra vita. Abbiamo sentito una chiamata e la seguiamo: fallendo, dovendo stare nella realtà e non nei nostri sogni, ma pieni e piene di amore per quello che facciamo, cercando di avvicinarci a quello che abbiamo visto insieme.

 

Agape: una storia d’amore

Ogni storia comincia con qualcosa. Con un momento, un pensiero, uno sguardo. Siamo arrivati ad Agape e abbiamo imparato a vedere il possibile, abbiamo trovato un posto che dava luogo a ciò che non aveva un luogo. Ad Agape abbiamo vissuto la testimonianza di un futuro da costruire, abbiamo visto una scintilla di un’idea grande che ci attira e abbiamo sentito lo spirito di una realtà possibile che ci spinge; ne abbiamo trovato tracce sui nostri cuori, abbiamo trovato un segno del Regno di Dio.

Sono tanti gli inizi che abbiamo trovato per cominciare la nostra storia d’amore con Agape e ogni inizio è prezioso in quanto ci ricorda in un solo momento tutto l’amore per questo posto e la sua comunità. È prezioso nei momenti pesanti, quando ci sembra di portare tutto il peso della realtà sulle spalle senza poter neanche immaginare un sollievo. È prezioso nei momenti di debolezza, quando ci sembrano infinitamente distanti il sogno che ci chiama e la nostra esistenza. È prezioso quando le tracce dell’amore nei nostri cuori sembrano soltanto ferite, quando la nostra chiamata sembra segnare non i nostri sogni ma la nostra vita.

Ha tanti inizi la storia d’amore con Agape. È una storia piena di fallimenti, di debolezza e di limiti. Ma abbiamo visto come il nostro fallimento si è trasformato in una nuova possibilità, abbiamo visto come la nostra debolezza ha rinforzato la comunità. E abbiamo visto che i nostri limiti non erano più barriere ma soltanto trapassi tra me e la persona di fronte a me, tra noi e la comunità. È in questi momenti che abbiamo visto veramente cosa sia possibile: che noi, nella nostra realtà, possiamo vedere oltre noi stesse e noi stessi, possiamo sognare per gli altri e per le altre, possiamo accogliere Dio – perché è Dio che ci ha accolto, nel nostro mondo, nella nostra comunità, e ci ha dato un amore, un amore eterno per abitare i nostri giorni ovunque ci chiami.

Malte Dahme

Sara Marta Rostagno

Direzione di Agape Centro Ecumenico

News & Aggiornamenti

Sono diversi mesi che non condividiamo con voi gli aggiornamenti su quello che succede lassù, nei monti Pralini. I lavori per la realizzazione del nuovo sito ci hanno visti molto impegnati in questi ultimi mesi, ma certo non per questo la vita nel centro si è interrotta, anzi!

Riprendiamo dal principio, è iniziato un nuovo anno e da Settembre 2017 un nuovo gruppo residente ha preso il proprio posto nelle stanze della grande casa residenti oltre il campanile.

Allora dobbiamo davvero fare un passo indietro e, se anche con gran ritardo dedicare ancora un saluto e un grande ringraziamento a chi a Settembre 2017 ha invece concluso il suo percorso da residente: Anissa Renner, Jacopo Mottironi, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Martino Bisetti, Nicos Ohse. A loro auguriamo un buon proseguimento di vita post-agapina, sperando di rivedersi presto.

Per il nuovo gruppo residente invece vi presentiamo la formazione attuale, che si sta preparando all’estate che si avvicina: Chiara Macchi, Olga Ithurburu, Fulvio Capra, Dominik Ocsofszki, Luca Casale, Viktor Segergäll, Chilo Brackett Garrou Forsyth, Katarina Janošević. Le nazionalità presenti sono Italia, Germania, Svezia, Serbia e Stati Uniti. I residenti si sono trovati sui lidi liguri, per la loro consueta retraite pre-estiva, con l’obiettivo di consolidare le dinamiche di gruppo e arrivare prontissimi all’arrivo dei campi. 

Quali altre novità? Beh, il centro si è animato spesso e volentieri di diversi gruppi che nei week-end durante l’anno hanno sfruttato la struttura per organizzare le proprie attività e programmi: gruppi di studenti universitari, eventi di danza, tai chi e sport sulla neve, i week-end dei catecumeni e il pre-congresso della FGEI. Da parte di Agape si sono svolti il campo Formazione a inizio anno, seguito dalla Staffissima a febbraio, un appuntamento per tutte le staff di Agape, e infine il campo Lesbico durante il week-end di Pasqua.

Ora ci si prepara per l’estate che arriva veloce con i campi estivi per adulti e minori e che porta con sé alcune belle novità. Avrete visto dalla pagina facebook che ogni campo ha un evento dedicato e le staff fanno a gara a chi posta la foto più cool! Le novità di quest’anno riguardano in particolare tre campi. Entra nel programma la nuova proposta PC Tut*, un campo che accoglie campisti e campiste compresi nella fascia di età che parte dalle elementari fino alle medie. Un proposta per bambini e bambine di diverse età in un contesto di comunità e di cura, guidati da una staff tutta nuova, pronta per sperimentarsi con modalità innovative.

 

Il campo campolavoro viene rilanciato sotto una nuova veste; pur mantenendo la sua natura a metà tra un classico campo e una settimana di campo lavoro, ha deciso di affrontare il tema del genere in tutte le sue sfaccettature. E infatti acquisisce una nuova denominazione, “Ultragender” e si dota di una nuova staff internazionale che saprà combinare lavoro pratico e attività di riflessione in una settimana tutta da scoprire.

Altra new entry del programma è il week-end autunnale dedicato ai e alle giovani. Ritorna così, in un formato ridotto, una proposta per la fascia dai 18 ai 30, un week-end per parlare di adultità, per confrontarsi sulle sfide di questa fascia di età ricca di cambiamenti, momenti di passaggio, rivoluzioni, crisi e ricerca.

Ma ovviamente ritroverete nel programma anche le classiche proposte di ogni estate, che tanto attendiamo per tutto l’anno, e ci riportano ogni volta tra le mura di Agape, facendoci sentire sempre a casa ma allo stesso tempo dandoci sempre la possibilità di metterci in gioco.

Per questo brevissimo resoconto chiudiamo qui, invitando sempre chiunque lo desideri a unirsi al gruppo di lavoro Agape Comunicazione o proponendo contenuti da poter condividere su queste pagine.

 

Quindi insomma buon inizio estate e tutti e tutte, ci si vede lassù, tra una pennichella post-pranzo sul prato, un dibattito in salone, un partita di pallavolo, un laboratorio in saloncino nuovo, una gita, un caffè nel dehor, una grigliata in matroneo, un momento di condivisione in chiesa all’aperto e una festa in camponcino.

A presto!!

Un giorno nella vita di un (residente) Agapino

La maggior parte dei giorni si assomiglia abbastanza, abbiamo una lista delle cose da fare che ci dividiamo dopo la colazione, quando ognuno e ognuna di noi si sposta nel proprio settore: spazzare i pavimenti, fare il bucato, pulire i bagni, spostare della sabbia; tutte quelle attività banali che sono necessarie a questo grande Centro per restare aperto. Ma al di là della manutenzione ordinaria scorre una vita che banale non è per nulla.

Borgata Agape, a Prali, ha una popolazione di undici abitanti, tutti membri a tempo pieno del Gruppo Residente: ognuno e ognuna di noi ha le proprie forze e talenti e lavora, ciascuno/a  a suo modo, per il miglioramento di Agape. Lavoriamo bene fra di noi, non importa come siano divise le squadre di lavoro. Come capita spesso fra persone che vivono sotto lo stesso tetto per un lungo periodo, siamo diventati qualcosa di più che colleghi e colleghe, diventando una famiglia.

Come residenti, ci aiutiamo l’un l’altro/a, non solo per quanto riguarda il lavoro di Agape, ma anche emotivamente e spiritualmente. Mangiamo insieme quasi ogni pasto, componiamo puzzle e guardiamo film insieme; insieme ridiamo, piangiamo, festeggiamo e siamo tristi; ogni membro del gruppo si prende cura degli altri e delle altre. Spesso ci riposiamo attorno al camino in salotto suonando e cantando: quest’anno abbiamo un Gruppo Residente molto portato per la musica e la maggior parte di noi canta nella Corale della Chiesa Valdese di Prali.

Ma non c’è solo il tempo in famiglia: abitare ad Agape è il nostro lavoro. Molto spesso ospitiamo nel Centro grandi gruppi: di frequente sono gruppi autonomi, classi universitarie o feste di compleanno, ma accogliamo anche organizzazioni della Chiesa e chi partecipa ai campi tematici ogni estate. Il momento più frenetico del lavoro di agape è la visita di un gruppo: per questo motivo il Gruppo Residente è grato al Campolavoro che lo aiuta ad alleggerire il proprio carico.

Vale la pena lavorare senza sosta, qualsiasi sforzo ciò comporti, perché riusciamo a mostrare agli ospiti e alle ospiti una grande accoglienza e doniamo loro una bella esperienza ogni volta che vengono. Vedere la gioia sul volto dei campisti e delle campiste ci fa capire che si può fare la differenza nel mondo. Vorrei poter continuare a raccontarvi la vita di Agape, ma è l’ora di andare a lavare il salone: abbiamo un gruppo, questo fine settimana…

Rev. Chilo Brackett Garrou Forsyth, residente ad Agape, 2017-2018