A casa lontano da casa

 

In vista dei preparativi per l’estate agapina, pubblichiamo l’articolo di una ragazza che ha partecipato ai campi internazionali dell’estate 2012 grazie al progetto scholarship di Agape.

Photo by Michele Comba
Photo by Michele Comba

Sono membro del Freedom and Roam in Uganda e sono venuta come rappresentante della mia organizzazione ai campi di quest’anno di Agape Centro Ecumenico.

Devo dire che mi è piaciuto il soggiorno ad Agape. Il mio più grande problema è stato al giorno d’arrivo: spero solo che migliori indicazioni possano essere date a chi dovesse partecipare ai campi, soprattutto se dovesse essere la prima volta che vengono invitati ad Agape. Ma mettendo questo da parte, mi è piaciuta la diversità tra i partecipanti ai campi. Avere così tante persone provenienti da diverse nazioni è stato molto significativo. Mi ha dato differenti punti di vista da tutto il mondo. E anche se potrei offendere qualcuno, mi aspettavo di rimanere un po’ in disparte, un po’ a causa del colore della mia pelle, un po’ a causa della mia identità sessuale. Sono invece rimasta sorpresa. Mi ci sono voluti appena un paio di giorni per ambientarmi. Mentirei se non dicessi che avevo nostalgia di casa, ma dopo aver fatto amicizia, mi sentivo a casa lontano da casa. Mi ricordo in particolare la gita in montagna. Avevo giurato che non sarei andata, ma per fortuna ho ceduto alla grande insistenza di qualcuno che non voglio nominare. E’ stata una sfida arrivare in cima, ma per qualche ragione tutti hanno cominciato semplicemente a far coppia e sono salita fino in cima con gente stupenda. C’era il problema della barriera linguistica e delle differenze di età e cultura, ma tutti hanno provato a capire me e io loro; devo ammettere che ho incontrato persone stupende e posso onestamente dire che ho creato dei legami duraturi.

Non sono una persona molto religiosa e mi ero prevenuta nella mia mente e nel mio ordine di pensiero rispetto a tutto quello che sarebbe avvenuto durante il campo. Ma il programma era strutturato in maniera tale che anche io ho potuto imparare qualcosa. Al posto di lezioni sulla Bibbia, c’erano discussioni intellettuali che mi hanno permesso di aprire la mia mente ai punti di vista di persone sia religiose sia non così tanto religiose che hanno partecipato ai campi. Si è discusso anche di misticismo e di essere attenti a tutte le cose e tutte le persone che ci stanno intorno, in modo da non essere concentrati solo su se stessi.

Da Agape vado via con la capacità non di criticare ma piuttosto di rispettare e analizzare. Il lavoro anche è stato divertente, non appena ho trovato quello che faceva per me. Ogni volta che ci si fermava per caffè e sigarette durante le pause avevo la possibilità di interagire con più persone. Il campolavoro mi ha insegnato il valore della disciplina: difficile o facile che sia, il lavoro va fatto. Ed anche se qualcun altro può averlo già fatto (al posto tuo), lo scopo principale rimane quello di apprezzare il valore del lavoro duro e anche dello spirito di squadra. E non dimentichiamoci del cibo. In qualche occasione proprio non mi piaceva probabilmente perché era straniero al mio palato o perché non era preparato come sono abituata, ma ho apprezzato lo sforzo che è stato fatto per cucinarlo. In più di un’occasione invece era delizioso, abbastanza da farmi avere sempre il sorriso in faccia e aver preso cinque chili. Mi ricordo della sera dedicata a barbecue. Me la ricorderò per sempre.

Alla fine ero triste di partire, ma ringrazio per la generosità, la comprensione, la pazienza e il tempo che ci sono voluti per accettarmi così come sono. Ho imparato molto dai campi tanto che sono tornata a casa e l’ho condiviso con gli amici e colleghi della mia organizzazione. Spero che anche loro possano dargli il valore che gli do io.

Grazie a tutti.

Janice Babirye Kirabo, tradotto dalla redazione

La prima volta al GEF di Agape

Photo by Dominika Kukuryté

Sapevamo entrambe cosa fosse Agape, io (Silvia) più che altro per sentito dire, Micaela invece per aver partecipato, anni addietro, a un week end sulla Bioetica: tuttavia, il primo incontro con la Staff del campo Genitori e Figli/e ci ha colte di sorpresa: la loro curiosità di parlare con una “famiglia arcobaleno”, che proiettava sulla nostra pacifica domenica torinese l’ombra di un impegno lavorativo, si è trasformata in una bella giornata di mutua conoscenza e, a quel punto, scegliere di partecipare al campo estivo Genitori e Figli/e è stata un’ovvia conseguenza!

Così anche la nostra famiglia, fatta da noi due mamme e una “marmotta” di 3 anni, si è unita alle altre famiglie del campo. A vedere gli altri partecipanti, devo dire che sembrava che tutti si conoscessero da una vita, ma abbiamo presto capito che molte di queste relazioni venivano coltivate in quella sola settimana all’anno, di anno in anno … eppure, essere le nuove arrivate non ci ha fatto di certo sentire escluse, men che meno essere famiglia a modo nostro, tanto più che ogni altra famiglia era fatta a modo suo e, a suo modo, speciale.

Sarà che il tema della settimana era la fiaba, ma siamo tornate con la sensazione di una settimana magica, in cui tutti/e ci siamo trasformati/e in narratori, scrittrici, burattinaie e cantori. Di certo non ci si trasforma così da soli: è un lavoro che si fa insieme, tra le famiglie, con la Staff, i/le residenti e i/le ragazzi/e del campo lavoro che scuotono fin le serie mura di Agape: “insieme” potrebbe essere il “salva con nome” di questa esperienza, per usare un termine che ci ha regalato, insieme alla sua amicizia, Francesco del campo Gay.

Sarà che il tema della settimana era la Fiaba, e le fiabe finiscono, anche nelle lacrime versate al termine di quella settimana di rapporti così intensi, che non capitano mica tutte le settimane.

E le fiabe ricominciano: e allora ci si rivede, ancora insieme, al prossimo GEF.

Silvia, Micaela, Cecilia (Torino)