Dal Campo Formazione…

1926629_10152346245826203_8661728972550823820_nA inizio dicembre si è tenuto ad Agape il Campo Formazione e Progettazione, al quale ho partecipato quest’anno per la prima volta. Prima di allora non avevo mai preso parte a un campo del genere e, ad essere sincera, non avevo mai neanche considerato la possibilità di far parte di una staff. Nell’ultimo periodo, però, ha cominciato a balenarmi in mente l’idea di intraprendere questa strada, dopo svariati campi Cadetti e qualche esperienza di campolavoro.

Parlando con alcuni miei coetanei e coetanee, che avevano con me partecipato ai campi Cadetti estivi e invernali, è emerso che la fine dell’esperienza dei campi per minori rappresenta, per alcuni e alcune, una fine definitiva: “Agape non sarà più bella come era prima, non so se ci tornerò…” mi sono sentita ripetere varie volte. Devo ammettere che anche io, inizialmente, ho provato la paura di non poter più sentire, dopo aver vissuto tante esperienze meravigliose, la magia che Agape aveva sempre portato con sé in questi anni. Questi timori iniziali, però, hanno lasciato spazio alla voglia di conoscere e scoprire questo luogo anche attraverso altri percorsi, prendendo parte alla vita comunitaria in vesti nuove; il campo Formazione è stato per me, quindi, come ogni “prima volta” un’esperienza strana, inedita e diversa che, tuttavia, mi ha dato la possibilità di guardare Agape da una nuova prospettiva, permettendomi di osservare questo Centro con occhi diversi e facendomi anche ritrovare la “magia” che temevo quasi di aver perso.

Attraverso le varie attività proposte in questi intensissimi giorni, siamo stati chiamati e chiamate a interrogarci circa il tema dell’inclusione: cosa si intende realmente per inclusione? Quali sono gli elementi che la favoriscono e quali, invece, la limitano? Riusciremo mai a dare una definizione esaustiva di questa parola?

Inizialmente, abbiamo provato a rispondere a queste difficili domande focalizzandoci su Agape, che apre le sue porte a qualunque persona voglia prender parte alla sua vita comunitaria. Successivamente, però, ci siamo concentrati anche su altri aspetti che potrebbero rappresentare degli ostacoli ad Agape: anche in un luogo votato all’inclusione, ci sono problemi che tanti e tante di noi non avevano magari mai preso in considerazione.

Abbiamo avuto in questi tre giorni anche l’occasione di considerare il mondo delle disabilità, riflettendo su come poterci concretamente rapportare a questa tematica: durante un’attività ci siamo immedesimati e immedesimate in un disabile, rendendoci conto sulla nostra stessa pelle di quali e quanti potessero essere gli elementi limitanti l’inclusione e comprendendo come far sì che questi possano essere eliminati, favorendo la partecipazione attiva di chiunque.

Parallelamente alle attività sul tema centrale, ci siamo ritrovati faccia a faccia, tanti e tante di noi per la prima volta, con l’organizzazione di un campo: in piccoli gruppi abbiamo dovuto preparare, infatti, dei giochi per un ipotetico campo. Per la prima volta, mi sono resa conto di quanto questo sia un processo complicato e lungo: prima di quel momento, avevo sempre preso parte a queste attività senza mai preoccuparmi più di tanto del lavoro che ci stava dietro.

Abbiamo compreso quanto, anche nella preparazione di semplici giochi, magari anche per bambine e bambini, sia importante prendere in considerazione le esigenze di ognuno e ognuna affinché non si sentano mai esclusi ed escluse dalle attività proposte.

Sicuramente, il campo Formazione mi ha lasciato tante idee nuove nella testa e tanta voglia di riflettere su aspetti che prima neanche conoscevo o che comunque non avevo mai considerato. Adesso non vedo l’ora di entrare a far parte di una staff, quella del campo Precadetti/e 2, con la quale sono impaziente di cominciare a lavorare a partire dalla Staffissima, che si terrà dal 24 al 26 Marzo!

 

Susanna Mancini

Consiglio di staff, questo sconosciuto…

Centro_estateFaccio parte del consiglio di staff e dopo ormai tre anni di attività di questo neo-nato gruppo di lavoro, è ancora difficile capire come interviene nella vita di Agape, forse perchè ancora non viene sfruttato appieno e i suoi doveri non sono bene definiti. Il mandato ufficiale vede come compito principale quello di offrire alla staff dei campi “la supervisione nei momenti di criticità e l’accompagnamento nel loro percorso”. Io e miei compagni/e non siamo esperti, non abbiamo le soluzioni e non abbiamo le risposte, ma abbiamo esperienza nella vita di agape e offriamo un punto di vista, uno sguardo, che sia il più possibile esterno e uniforme. L’obiettivo è che ogni staff possa fare il proprio percorso individuale, ma possa anche far parte del progetto Agape in un continuo gioco di scambi di saperi ed esperienze dirette. Per fortuna di momenti di scambio ce ne sono tanti, ma al consiglio di staff spetta l’importante compito di facilitare una comunicazione di questo tipo. Ecco perchè durante la Staffissima, al consiglio di staff è chiesto di gestire uno o più momenti tutti insieme in modo che tutte le staff presenti possano lavorare come un gruppo unico anche se solo per mezzo pomeriggio. Forse adesso esagero, così sembra che siamo un gruppo di grandi pensatori e strateghi della comunicazione, in realtà facilitiamo il dialogo che per fortuna già avviene perchè al di là di un po’ di sana competizione e scherzi tra staff, che fanno bene all’umore, c’è molta voglia di raccontare quello che si fa e il confronto col lavoro degli altri gruppi e quasi sempre all’ordine del giorno.

Uso termini strani quali staffone, staffissima, staff staffissima e via dicendo, ma non sono pazzo. Forse do per scontato tante cose e magari non tutti sono al corrente del grosso cambiamento che è avvenuto a livello di formazione e composizione delle staff. Sarò breve, non me ne voglia chi ha passato mesi a discutere a ripensare un modello formativo intero.

Il nuovo modello della formazione di Agape non prevede più dei momenti formativi per così dire istituzionalizzati, ma non li esclude nemmeno. Semplicemente si è deciso che la particolarità dell’offerta di Agape, quella che la contraddistingue e la rende speciale, è il lavoro fianco a fianco con chi di staff ne ha già fatte tante e il passaggio di saperi avviene in un continuo momento di formazione orizzontale tra pari. Questa è un’esigenza nata dalle staff stesse che Agape ha accolto e fatto sua, istituzionalizzando così una richiesta precisa di chi dedica molto tempo ad Agape. La formazione tra pari, ovviamente, non passa solo attraverso le singole staff ma nel confronto con le altre staff, motivo per cui la succitata staffissima. Questa staffissima è un normale weekend di riunione staff che però si svolge in date stabilite e ad Agape, dove tutti\e fanno riunione contemporaneamente. Per qualche staff sarà la prima riunione, per altre la seconda e per alcune addirittura l’ultima, quel che è certo è che per tutte è un weekend per conoscere i “colleghi” di altri campi, con l’occasione di vedere i volti di tutti coloro che impegnano il proprio tempo libero in nome dello stesso progetto. E’ un weekend davvero pieno e dal clima piacevolissimo.

Questo nuovo sistema può essere davvero all’avanguardia e può essere davvero nobile, ma è una sfida davvero grande perchè richiede molta responsabilità da parte di ogni gruppo staff che deve quindi essere in grado di autoformarsi, autorinnovarsi ed essere accogliente anche verso chi non si conosce, ma che può essere una preziosa risorsa per Agape, senza dimenticare che Agape stessa può essere un prezioso momento nel proprio percorso formativo e, perchè no, di vita. A un certo punto si potrebbe/dovrebbe arrivare addirittura a fare un passo indietro per “un bene superiore”.

Questa forse è la sfida più grande e più bella, che se riesce può riempire di orgoglio chi ne fa parte, ma se fallisce può altrettanto duramente deludere chi ci ha creduto. Molto, forse troppo, è quindi chiesto alla direzione di Agape che deve supervisionare tutto questo. Ci sono dentro difficili dinamiche, tempi stretti e tantissimi gruppi che richiedono attenzione anche contemporaneamente. I numeri sono alti e il lavoro da fare tanto per cui credo il più grande compito del consiglio di staff, seppure non esplicitato, sia quello di supportare e sostenere la direzione nella gestione delle staff, tenendo sempre un orecchio aperto su quello che succede perchè alla domanda di fare staff, la risposta “we are a weird group, we are worried an outsider won’t have a nice time” (siamo un gruppo particolare, temo che un outsider non si troverebbe bene), o la risposta no grazie, con te non lavoriamo, ma preferiamo invece avere lui non ha proprio niente di Agape. Ma proprio niente.

La cosa più dura, più faticosa e che porta anche ad alcune delusioni e proprio quella di evitare le derive di un progetto ambizioso perchè a volte il divertimento sembra più importante dell’impegno e il compito del consiglio di staff, per come lo vivo io, è quello di promuovere il più possibile un discorso inclusivo nei singoli gruppi di lavoro. Capita infatti che a fronte della voglia di organizzare un bel campo e ottenere bei risultati si rischia di fare scelte che non rispecchiano del tutto lo spirito di Agape, che è in primis una comunità unita a sostegno di chi ne ha più bisogno, dentro i campi così come nei gruppi staff. E su questo bisogna costantemente porre l’attenzione.

 

Michele Comba

Officine del futuro di Agape

Casa-residenti_campanileDal due al quattro gennaio 2017 Agape ha festeggiato l’inizio dell’anno con un nuovo progetto: le Officine del futuro, un’occasione per incontrarsi e trovare nuovi stimoli per la riflessione pedagogica e politica. A seguito di una riflessione riguardante la comunicazione verso l’esterno, si è deciso di dare testimonianza dell’intero evento tramite una diretta twitter (hashtag #OfficineAgape) e numerosi contributi raccolti sulla pagina Facebook di Agape, ottenendo feedback da alcune persone che non hanno potuto essere presenti.

Le persone partecipanti sono state circa trenta, quasi tutte residenti o ex-residenti, molte delle quali già impegnate in staff o nei comitati. Va evidenziata l’età media abbastanza alta, emblematica della difficoltà di coinvolgere la generazione più giovane – che frequenta assiduamente il Centro per il Campolavoro – nella riflessione teorica sul futuro del progetto Agape.

L’incontro è cominciato con la visione di Domani, un recentissimo documentario di Cyril Dion e Mélanie Laurent che, in cinque capitoli tematici – agricoltura, energia, economia, democrazia, istruzione – mostra alcune “alternative creative per un mondo diverso”.

Il film ha suscitato una discussione che ha occupato il tempo libero di campiste e campisti fino alla mattina successiva, aperta dal collegamento Skype con Cristiano Bottone, uno dei soci fondatori del nodo italiano del movimento della Transizione che mira a favorire il passaggio delle società contemporanee verso dei modelli sostenibili, aggiornando molte delle buone pratiche in uso fino ad oggi (prediligendo quindi per esempio modelli che prevedano una minore produzione di rifiuti che non semplicemente il riciclo di quelli prodotti).   Attraverso il racconto di questo approccio, basato sul bilanciamento dell’azione di testa, cuore e mani – la migliore informazione, l’attenzione agli aspetti relazionali e il lavoro tangibile –, il relatore ha portato esempi di progetti realizzati partendo dal basso come le Transition Town, realtà di convivenza dotate di orti comuni, monete a circolazione locale o riciclaggio di materiali di scarto all’interno della filiera produttiva.

Grazie agli spunti raccolti durante la mattina, nel pomeriggio il campo ha riflettuto in gruppi a proposito di alcuni macrotemi (ambiente e spiritualità, tecnologia e pedagogia, economia e benessere, migrazioni e genere), sviluppando paradigmi teorici e proposte concrete. E’ stata proposta una metodologia di lavoro secondo la quale i partecipanti dovevano immaginare ipotesi assurde: a partire da ragionamenti per assurdo si è provato a trovare vie innovative e creative per affrontare le sfide che oggi Agape è chiamata ad affrontare.Si è discusso successivamente in assemblea plenaria e tra le questioni sollevate si è parlato soprattutto dell’organizzazione del lavoro di Agape, della esportabilità del suo modello, e del rilancio della partecipazione agli eventi proposti.

Dopo una serata di danze e canti, durante l’ultima mattina di campo, ci sie è focalizzati su ciò che di pratico Agape può fare per rinnovare la propria proposta: si è parlato di accoglienza dei migranti e di temi trasversali per tutti i campi, di educazione alla tecnologia e di questioni di genere, di educazione non formale e di volontariato, di Campolavoro all’estero e di progetti nelle scuole, di cura della struttura e di programmazione pluriennale. Molte sono state le proposte pratiche, alcune delle quali hanno anche messo in discussione aspetti della vita di Agape dati per scontati, quali la validità dello strumento “campo”, la correlazione tra formazione e lavoro, l’importanza di un’omogeneità tra tutte le proposte del Centro.

Sono stati tre giorni intensi, pieni di discussione e nuove idee, ma troppo poco partecipati, per questo vogliamo rilanciare e condividere ancora l’hastah #OfficineAgape perchè lo spazio di discussione rimanga aperto. Limitare le proposte a qualche giorno l’anno è un peccato e per questo è sempre possibile comunicare le proprie idee, condividere dubbi o fare domande legate all’evento attraverso il profilo twitter @AgapeCE, la pagina Facebook di Agape e l’indirizzo email ufficio@agapecentroecumenico.org.

Anno nuovo, nuovi inizi…

Buon anno a tutti/tutte e bentornati/e su Agape Immaginaria!

Nell’ultimo anno sono cambiate un pò di cose rispetto alla gestione di questo mezzo di comunicazione: vorremmo ripartire, quindi, raccontandovi chi siamo e come lavoreremo d’ora in avanti.

Come molti e molte avranno notato, l’anno scorso non è stato pubblicato alcun numero di Agape Immaginaria: nuove esigenze ci hanno portato a creare il gruppo Agape Comunicazione, composto dalla redazione di Agape Immaginaria alla quale si sono aggiunti alcuni agapini esperti di tecnologia, grafica, social media e web, per trasmettere all’esterno ciò che succede quassù a Prali.

La redazione di Agape Immaginaria continuerà a occuparsi di produrre e raccogliere testi e articoli per condividere i contenuti e gli eventi del Centro e, in questo momento, può contare sui nomi di Daniele Parizzi, Giovanni Jarre, Michele Comba e Valeria Lucenti, ai quali si aggiungono, per il Gruppo Residente, Luca Casale e Olga Ithurburu. Con questo gruppo collaborano Francesca Gatto, Davide Velluto e Jacob Zucchi, che si occuperanno di progettare una revisione per il sito, aiutare il Gruppo Residente e la Direzione a gestire i profili sui social network e curare la parte grafica della produzione di nuovo materiale informativo e pubblicitario del Centro.

In questa riorganizzazione del gruppo, abbiamo ripensato anche i nostri metodi e i nostri strumenti, per provare a garantire un dialogo continuo tra dentro e fuori il centro: Il formato cartaceo della rivista “Agape Immaginaria” non esisterà più, gli articoli verranno pubblicati sulla sezione dedicata del sito. Inoltre, si cercherà di sfruttare maggiormente i mezzi di comunicazione social di cui Agape dispone.

Ripartiamo da qui, nella speranza di potervi tenere aggiornati e aggiornate il più possibile sulle tante attività del Centro. Saremmo felici di ricevere contributi, commenti, suggerimenti, per creare uno spazio digitale di dialogo e confronto che possa ulteriormente animare la discussione e la riflessione sui temi discussi ad Agape. Ci piacerebbe poter contare su di voi come lettori del sito, amici su Facebook, follower su Twitter e iscritti al nostro canale Youtube: per questo, di seguito riportiamo l’elenco di come e dove ci potrete trovare.

  • Sito agapecentroecumenico.org

  • Facebook: Agape Centro Ecumenico

  • Twitter: Agape Tweets (@AgapeCE)

  • Youtube: Agape Centro Ecumenico.

  • E-mail: immaginaria@agapecentroecumenico.org

Ci piacerebbe, in particolare, ricevere i video che negli anni passati sono stati prodotti sul Centro, per raccoglierli sul neonato canale Youtube.

Insomma, ripartiamo con una nuova marcia e speriamo di ricevere il supporto di tutta la comunità di Agape, per riuscire a svolgere nel migliore dei modi l’impegno che ci siamo assunti e assunte. In attesa di altre notizie fresche, iniziamo il 2017 aggiornandovi sulla composizione del nuovo Gruppo Residente.

Il Gruppo Residente di quest’anno, infatti, si presenta completamente rinnovato: troviamo Anissa Renner alle pulizie, Jacopo Mottironi al bar, Katarina Janošević al servizio, Lara Aurelie Kopp-Isaia e Viktor Segersäll in cucina, Luca Casale e Olga Ithurburu in ufficio, Martino Bisetti come jolly (colui che lavora in diversi settori, a seconda della necessità) e Nicos Ohse in manutenzione. Ad affiancare Malte Dahme nel lavoro della vicedirezione, è tornata ad Agape Sara Marta Rostagno. Al momento, sono rappresentate nel Gruppo Residente quattro nazioni differenti: Germania, Italia, Serbia e Svezia. A loro e a tutti i volontari e le volontarie un augurio di buon lavoro.

Ringraziamo di cuore chi ha fatto parte del Gruppo Residente fino a settembre 2016 per il servizio svolto e per le energie spese: Caterina Lo Presti e Lillo Galloro in cucina, Claire Sofi in pulizie, Daniel Kupffer e Giovanni Jarre in ufficio, Jakob Rauber in manutenzione, Kateryna Tolmachova in servizio, Lucia Díaz Tárraga come jolly e Merle Hoffmann al bar.

La Redazione di Agape Immaginaria

Campo invernale: perché sempre film?

Guardare un film è così abituale da sembrare scontato. Eppure ogni volta che passiamo una serata davanti a una pellicola succedono tante cose: ci facciamo domande, pensiamo alla nostra vita, immaginiamo storie possibili anche se fantastiche.

Costruire un intero campo per adolescenti intorno a un film può sembrare un azzardo, ma è una sfida che permette di confrontarsi con la nostra fruizione quotidiana di forme d’intrattenimento. Questa azione critica porta a prendere in considerazione una varietà di temi difficilmente avvicinabili in un contesto diverso. Ogni film ha una propria voce, uno specifico punto di vista sul modo in cui alcune tematiche vengono narrate e quindi percepite dalla nostra società. Analizzando un film, quindi, non ci si pone solamente il problema del ‘Cosa’ ma anche del ‘Come.

L’ampiezza e la complessità dei temi che un film può offrire è particolarmente evidente durante la preparazione del campo che comincia sempre con un momento durante il quale ogni membro della staff mette in tavola le sensazioni e i significati che ha trovato nella pellicola. Questo lavoro di condivisione e analisi è molto importante, proprio per mettere in luce come un’opera artistica possa parlare in maniera diversa con ognuno di noi.

Questa modalità di costruzione del campo, nata come un esperimento, continua a dare ottimi risultati, soprattutto per la particolare struttura del campo invernale. Lavorare con un film permette di costruire un immaginario e un linguaggio comune più velocemente, di immergersi immediatamente nel cuore dei temi e di creare un percorso che seppur breve riesce a trovare sempre un punto d’arrivo. Quel che può variare è l’interpretazione che ciascuno dà allo stesso racconto.

Tra staff e campisti/e, durante un invernale, ci sono normalmente una decina d’anni di differenza di età ed è evidente che si abbia uno sguardo diverso sulla vita. Questo aspetto è la grande difficoltà e contemporaneamente la grande ricchezza del campo. Non sono molte, nella vita quotidiana, le occasioni che un adolescente ha di confrontarsi con degli adulti al netto di una sostanziale differenza gerarchica. E questo è altrettanto vero al contrario.

Così, per sei giorni l’anno, guardando lo stesso film e ascoltando la stessa storia possiamo incontrarci per riflettere e parlare alla pari della realtà attorno a noi, uscendone tutti e tutte arricchiti/e.

Quindi, squadra che vince non si cambia. Ci si vede, un film, il prossimo inverno!

Francesca Gatto e Jacob Zucchi
Staffisti del campo cadetti 3 – Invernale

Rubrica: la prima volta non si scorda mai

Foto di Michele Comba
Foto di Michele Comba

Dimenticati del concetto di vita “normale”, imposto da chissà quale autorità o istituzione o quant’altro, quando entri ad Agape.

Agape é il posto dove ti puoi spogliare di ogni blocco che ti è stato trasmesso; qui ti senti libero o libera di parlare senza provare il senso di giudizio, esiste l’accettazione di un’ idea differente confrontandosi con tante persone diverse fra loro.

Questo è ciò che ho provato al mio primo campo, il campo formazione che consiste nel formare e spiegare come funziona una staff ad Agape. Questo campo credo sia fondamentale considerando che essere uno o una staffista, da quanto ho immaginato, non è affatto semplice e si possono presentare problematiche non indifferenti. Tramite le attività è emerso che in una staff ci deve essere complicità, collaborazione, ascolto, aiuto ecc.. cercando di essere uniti e unite il più possibile.

In questo specifico campo il tema era quello della responsabilità quindi si è cercato di interpellare anche le nostre responsabilità che abbiamo nella vita. Ci siamo confrontati/e molto sia nelle attività sia negli spazi di pausa e relax, per me é stata una vera e propria apertura degli orizzonti.

Agape è un mondo dove non ho vissuto il giudizio e ho assaporato l’amicizia con persone conosciute anche da poco. In questo posto ci ho lasciato il cuore perché é uno dei pochi posti dove mi sono sentita libera di essere me stessa e protetta dalla discriminazione. Sono una ragazza albanese di 18 anni, e in quei giorni ad Agape non ho avuto timore di raccontarlo anzi ho vissuto questa mia diversità come una ricchezza.

Un tuffo in Agape

1926629_10152346245826203_8661728972550823820_nA luglio mi son buttato. Dopo aver sentito parlare il mio amico Sandro per mesi e mesi delle esperienze da lui maturate ai campi gay organizzati al centro ecumenico Agape di Prali, ho deciso di raccogliere il coraggio, mettere da parte altre alternative più consuete per il periodo estivo e prendermi una settimana di ferie per verificare con i miei occhi quale fosse esattamente la realtà rappresentatami con tanto entusiasmo.
Con tutto il necessario scetticismo e con una decisa riduzione di aspettative. In fondo comunque si trattava di un periodo in montagna, almeno avrei respirato aria pura e fresca, vabbé, mi ripetevo.

Essere in una struttura valdese mi dava una rassicurante fiducia epidermica, di quelle emozionali, acquisita per proprietà transitiva. L’anno precedente sul Camino di Santiago avevo conosciuto Anna, di confessione valdese, una persona meravigliosa entrata di diritto nella mia “famiglia”, non quella di nascita, ma quella che ci creiamo naturalmente durante il percorso di vita. E quindi con i valdesi avevo già un piccolo legame emozionalmente confortevole, una sorta di conoscenza indotta.
Arrivato, nonostante i quasi cinquant’anni, ho provato comunque quel classico timore tipico degli adolescenti (che in fondo non ci abbandona per tutta la vita) quando si trovano davanti ad un ambiente non domestico, sconosciuto. Teoricamente confortato dalla presenza di tanti altri “ragazzi” omosessuali di tante età, e quindi con un minimo comun denominatore, ma contemporaneamente disorientato dalla loro specifica identità di persone.

“Poco a poco”, mi son detto, ed è cominciata l’avventura.

Dal titolo e dalla sintesi delle tematiche del campo era evidente che l’avventura non sarebbe stata leggera. “Corpo a corpo. La sessualità”. Da immaginarsi le barriere che immediatamente ho pianificato per non espormi, per proteggermi, per non farmi coinvolgere. Inutili da subito. I primi laboratori e le prime esperienze ci hanno messo immediatamente a contatto con gli altri, essere davanti alle stesse sollecitazioni ci ha fatto pian piano perdere quella diffidenza verso l’altruità e  aprirci offrendo all’esterno un po’ delle nostre emozioni, fossero queste diffidenza, paura o entusiasmo.
E’ stato un crescendo, un coinvolgimento sempre maggiore nelle esperienze proposte dalla Staff e vissute sempre più  intensamente. E, in maniera sorprendente, nonostante tutte le mie riserve e cautele iniziali, è venuta fuori questa voglia prepotente di mostrarmi agli altri per come sono, nella mia identità, o per meglio dire nel poliedro delle mie identità, di persona, di omosessuale, di soggetto di sesso maschile, di funzionario, di amico e quante altre ancora ce ne stanno, che fanno nel loro complesso “me”.
Una spontaneità difficilmente provata nella sua pienezza durante quella che mi verrebbe da chiamare la “vita normale”, intendendo con questa formula il quotidiano professionale, quello dello studio, o anche dello svago, dove spesso capita la sensazione di parziale accoglienza da parte degli altri, non necessariamente perché nascondiamo alcuni aspetti di noi per non esporci, ma semplicemente perché questi aspetti non vengono ascoltati, visti, e non dico compresi ma almeno rispettati con l’attenzione che meritano, e quindi ci risulta inutile condividerli.
Una spontaneità nella quale ho scoperto, o meglio riscoperto, lati dimenticati, quali la competizione (ma quella sana!) e il senso di appartenenza a una squadra, nei giochi serali, oppure nel bel laboratorio sul rugby. Qui  siamo stati messi davanti alla sfida con uno sport per noi nuovo, dove al timore reverenziale di una fisicità spesso mai esplorata, quasi negazione di una maschilità che invece ci appartiene profondamente, si è sostituito un entusiasmo strisciante che a fine giornata ci ha fatto sentire orgogliosi di aver abbattuto una paura, una resistenza, sebbene in un contesto “protetto”. Orgogliosi di aver scoperto delle capacità, entrando pian piano in un ambito considerato erroneamente estraneo, quasi vietato, più da noi stessi che dagli altri. E chi se ne frega dei lividi e di qualche bottarella, quando mai ci saremmo messi “in gioco” così, e soprattutto, quando mai ci saremmo messi davanti a noi stessi senza un autogiudizio immobilizzante?

Con la stessa spontaneità mi sono abbandonato al laboratorio sulla percezione di un noi futuro, di un noi anziano.  Costruire un’immagine di me fra trenta o quarant’anni è stato un inventarsi senza modelli, concedendomi, anche se con fatica, la possibilità di anni sereni e consapevoli. Una vera conquista.
Alla fine l”esperienza è stata unica. Ma fortunatamente ripetibile. Già dal prossimo anno.
In cambio del coraggio di affrontarla ne ho avuto un ritorno notevole: la maggiore conoscenza di me, il miglior rapporto con la mia fisicità, e, di sorprendente importanza, una consapevolezza meno grossolana delle identità degli altri, dei loro pensieri, delle loro emozioni, delle loro sofferenze.
Identità uniche e proprie, a volte solo sfiorate per una settimana, a volte da prendere per mano con la voglia di fare un pezzo di strada assieme, ma che comunque rimangono quali elementi di risonanza nel mio vivere, e mi fanno sentire, come poche volte, parte di un’umanità in viaggio.

Francesco Ginestretti

La vacanza più bella

Quando qualcuno ti chiede cosa sia Agape siamo sempre in difficoltà e non si riesce mai ad essere convincenti. L’unico vero modo per capire cosa realmente sia questo posto è viverlo, fare un campo.
Il tema di quest’anno sembrava così carino e “fuffoloso”, apparentemente leggero se non quasi inconsistente; e invece, come ogni anno Agape ti stupisce, andando oltre qualsiasi aspettativa.
Per quanto mi riguarda, da quando avevo sei anni, la vacanza più bella è sempre stata Agape e tanto grande era la gioia man mano che si avvicinava il giorno della partenza, altrettanto lo era la tristezza e la depressione quando si tornava a casa. E quest’anno non sono state da meno, né l’una né l’altra. Questo campo è stato uno di quelli che ho vissuto più intensamente, forse perché ho dovuto dire addio a tutti quelli per cui era l’ultimo campo, ragazzi a cui sono sempre stata molto legata, la mia seconda famiglia. Certo non si tratta di un vero addio, ci rivedremo, ce lo siamo promessi. Non è stato un vero addio, tra qualche anno saremo ancora tutti li, organizzando scherzi ai cadetti o vendendo guaranito. Eppure non sarà la stessa cosa, sarà diverso, magari altrettanto bello. Perché in fondo ciò che rende Agape magico, sono proprio le persone che ci sono passate, che ci sono ora e che ci verranno.

Mi ricordo il viaggio del primo giorno, la gioia nell’attesa di rivedere tutti i vecchi amici e di conoscere persone nuove a cui trasmettere la passione per questo posto. “Passione” era uno dei termini chiave di questo campo; ci siamo chiesti, che cos’è la passione? Per giorni abbiamo tentato di definirla e ci siamo addentrati nel mondo della semantica e della retorica raggiungendo definizioni anche molto convincenti. Se dovessi visualizzare il concetto di passione nella mia mente penso che rivivrei i momenti più belli e intensi vissuti durante questi tredici campi ad Agape. Ogni anno mi ripeto ciò che devo fare: cogli ogni singolo attimo e opportunità di conoscere persone, ascolta le loro storie, i loro pensieri, aiuta chi ha bisogno, guarda nella tua anima e in quella degli altri, condividi, ama, non dare nulla per scontato, gioisci per ciò che ricevi e sii pronta a offrire quello che puoi dare.
Mi ricordo il primo giorno, i sorrisi e gli abbracci di chi rivedo ogni anno per soli dieci giorni ma che riesce a farmi sentire a casa in ogni momento, e gli sguardi curiosi, timidi e piacevolmente ingenui dei ragazzi nuovi. Li guardo negli occhi e sorrido, penso a quanto abbiamo da dirci, a quanto dobbiamo recuperare, a quanto vivremo insieme. Li guardo e sospiro, realizzando che in dieci giorni dovremo fare tutto il possibile per stare più tempo insieme, per vivere e godere di ogni singolo attimo. Incrocio sguardi di persone sconosciute, con cui non vedo l’ora di trascorrere del tempo e parlare. E poi rivedo gli staffisti, alcuni nuovi, altri che conosco dal pc1. Realizzo che è soprattutto grazie a loro che Agape mi dà tutto questo, riescono sempre a conciliare meravigliosamente momenti ludici con momenti di riflessione, risate con ragionamenti, amore con confronti e condivisone di idee. Durante alcune attività mi sento ignorante su degli argomenti; non è una brutta sensazione, anzi, è un grande stimolo ad ascoltare, prendere tutto ciò che gli altri hanno e offrire quello che porto con me. Nessuno ti giudica, si viene apprezzati per quello che siamo, liberi di parlare, di ascoltare, di cantare e di ballare, siamo liberi di amare ed essere amati, liberi di appassionarci.

Che cuore è stato un campo meraviglioso, dieci giorni di amore, condivisone e serenità in cui i legami tra di noi hanno trovato l’atmosfera ideale per stabilirsi e rafforzarsi. Mi ricordo dieci giorni di sole, la brezza frizzante del mattino quando uscivamo per accogliere i primi raggi della giornata; mi ricordo anche di essermi scottata il naso il primo giorno avendo passato ore sul prato a parlare, ridere, cantare, sorseggiare guaranito e giocare a pallavolo. Mi ricordo di Pablo, un ragazzo autistico che quest’anno ha partecipato al nostro campo, un ragazzo dolcissimo che ha dato moltissimo a ognuno di noi e ha contribuito a rendere questo campo ancora più bello… Agape è un posto per tutti e ognuno di noi è importante per il suo funzionamento. Agape ci migliora, ci rende più responsabili, ci insegna l’umiltà, ci aiuta a condividere, ci mostra come si ama. In questo posto nascono amicizie grandissime; vivendo in stretto contatto gli uni con gli altri per dieci giorni ci si riesce a conoscere veramente bene e la cosa più bella è che quando si torna a casa, nonostante l’ondata di tristezza e depressione che ti travolge, ci si sente rinnovati, realizzando di aver lasciato una parte di noi lassù, ma di aver con noi una parte di tutti gli altri. Agape mi fa sentire viva, mi sprona ad essere attiva, a conoscere, a condividere e a confrontarmi con altre realtà…

Sono distrutta al pensiero che mi mancano solo due campi per concludere il mio percorso da cadetta, ma allo stesso tempo sono consapevole di aver vissuto in questo posto alcuni dei momenti più belli della mia vita; non ho rimorsi, non ho rimpianti, solo bei ricordi e tante belle aspettative. Anche se gli anni passano e crescendo finiamo i nostri campi, lasciamo sempre una parte di noi a questo posto e alle persone che incontriamo; il ricordo di ciascuno di noi vive nei prati verdi, tra le pareti del salone, sui tavoli dei pasti, nei tetti, tra una stanza e l’altra, tra le corde delle chitarre consumate dalle dita di agapini musicisti, sugli scalini delle casette calpestati da centinaia di piedi e percorsi la maggior parte delle volte correndo, tra i tasti del pianoforte scordato del saloncino nuovo, al bar nello zucchero di canna e in un pacchetto di biscotti al cioccolato, in cucina tra un piatto e un bicchiere da asciugare, sulle coperte calde e i materassi comodi per guardare film e accoccolarsi, nell’acqua fredda delle docce dopo la gita, e in ogni altro posto.
Perché in fondo Agape siamo noi, e non verremo mai meno.

Blanca Prestini

Vita di Agape tratto da una storia vera(mente) bella

Dopo aver vissuto due anni ad Agape ho pensato di scrivere questo articolo, cercando di rispondere alle frequenti domande poste sull’argomento “vita da residente”.
Stavo per iniziare a lavorare come pizzaiolo quando ho pensato che, prima di iniziare, avrei dovuto fare questa esperienza: quindi ho scritto subito la lettera, l’ho mandata ed è stata accettata: ho iniziato entusiasta!
Sta iniziando ora il mio terzo anno qui: è settembre ed è appena finita l’estate. Dopo aver lavorato incessantemente per tre mesi, è sicuramente un trauma vedere, da un giorno all’altro, Agape vuota: nell’aria si percepisce la malinconia, ma allo stesso tempo una contentezza grandissima, perché ho conosciuto persone provenienti da tutte le parti del mondo e visto andar via amici che non scorderò mai.
Adesso, dopo la partenza dei vecchi residenti e l’arrivo dei nuovi, ci dobbiamo preparare per l’arrivo dell’inverno che qui a Prali, oltre a essere molto freddo, è anche molto lungo: ci sono alcuni lavori da finire prima che arrivi il gelido inverno e la tanta neve. Abbiamo una riunione di una settimana per organizzare il lavoro e per far capire a tutti i nuovi residenti cosa faremo durante l’anno: scelta dei settori, scelta della staff per i campi, spiegazione delle norme antincendio in caso di necessità e dei lavori per casa residenti…
Non manca, però, il divertimento: facciamo un sacco di cose in gruppo e andiamo a sciare, visto che qui la neve è tanta e possiamo stare sulle piste da ottobre/novembre fino a marzo/aprile.
Svegliarsi la mattina qui ad Agape è una delle cose che amo di più di questo posto: basta mettere un piede fuori di casa e ti ritrovi davanti a uno spettacolo ogni giorno diverso e sempre più bello che non smette mai di emozionarti.

È facile pensare che qui, durante l’inverno, ci si annoi, ma non è affatto così: nei due anni che ho trascorso qui l’inverno è proprio volato, senza che io me ne accorgessi. Lo stesso discorso vale per la solitudine: è vero, a volte ci si sente soli, ma vi assicuro che dopo tre mesi di totale frenesia, un inverno trascorso in pochi non può che far bene. Non mancano i litigi e gli amori, le gioie e i dolori: sicuramente questa è un’esperienza che porterò con me per il resto della vita. Per questo, consiglio la residenza a tutti e tutte, almeno per due anni: questo perché durante il primo ti abitui alla vita di Agape e il secondo lo assapori fino in fondo; e se non sei sazio, fai il terzo e, così, ne esci a pancia piena e con un bagaglio stracolmo di esperienze!

La consiglio per chi vuole fare un’esperienza comunitaria, per chi vuole imparare l’inglese o altre lingue semplicemente parlandole, per chi vuole fare un periodo di volontariato un po’ più lungo del solito e per tutte le persone che amano questo posto e vogliono supportarlo offrendo il proprio lavoro a tempo pieno.

Danilo “Lillo” Galloro

Quando un cadetto diventa maggiorenne

Foto di Dominyka Kukuryté
Foto di Dominyka Kukuryté

Agapini, agapine, vorrei raccontarvi la recente esperienza alla quale ho preso parte, il Campo Campolavoro, o Campo Capolavoro, come mi piace chiamarlo.
Dovreste sapere che, quest’anno, nel CCL il sottoscritto era senza ombra di dubbio il più giovane, fresco dei suoi diciotto anni (e anche il più ingenuo, ma questi sono dettagli).
Mi è stato chiesto di fare un piccolo report per Immaginaria in quanto, essendo passato direttamente dal Campo Cadetti all’esperienza del Campolavoro, sono rimasto molto colpito da una realtà che ancora non conoscevo, nonostante i miei dodici anni di assidua frequentazione di Agape.
Quello che posso dirvi, rivolgendomi soprattutto ai cadetti e alle cadette che leggeranno questo numero, è che non c’è percorso più naturale e piacevole, all’interno della vita ad Agape, di quello campista-campolavorista. In parole povere, quest’esperienza mi ha profondamente cambiato, in particolare (ovviamente) nel modo in cui ho sempre visto Agape come centro ecumenico: passare dall’essere campista, cioè “utente” di Agape, all’essere un volontario, una di quelle persone che ad Agape hanno donato la propria voglia di fare, le proprie forze e le proprie passioni, come Agape ha donato loro la possibilità di conoscersi, di imparare e di collaborare, è stata una delle decisioni più naturali che io abbia mai preso.

Non conoscendo ancora nulla di questa faccia del mondo della nostra amata “borgata” – e senza la sicurezza di poter incontrare volti più noti che ignoti, come poteva avvenire durante i Campi Cadetti – ho deciso di iscrivermi al CCL e poi di trattenermi un’altra settimana nei dintorni di Ghigo di Prali per fare qualcosa della mia estate altrimenti priva di impegni.
Il tema del CCL di quest’anno era l’auto-organizzazione, una parola di cui chiunque conosce il significato ma della quale non tutti/e comprendono l’applicazione. Come a ogni campo, la staff ci ha accompagnato in questi sei giorni indirizzando le nostre attività e coordinandoci nei momenti di lavoro, così da poter avere sessanta efficientissimi/e campolavoristi/e in grado di aiutare la struttura dove più ce n’era bisogno.
Come a ogni campo, le attività di dibattito e confronto non sono mancate, tant’è che molti non riuscivano più a distinguere la fatica dovuta al lavoro manuale da quella dovuta al “troppo sforzare” le menti… ma quello che voglio raccontarvi non è solo questo. Vorrei raccontarvi di come, appena arrivato, senza neanche il tempo di rendermene conto, ho incominciato a riconoscere i volti di quelle persone che ad Agape ci sono sempre state, anche quando per me esistevano ancora i “luoghi proibiti” e la terza casetta era solo un miraggio.
Vorrei raccontarvi di come, dopo solo qualche giorno, l’autorganizzazione alla quale si aspirava era praticamente andata a farsi benedire, ma anche di come l’abbiamo recuperata con fare da maestri/e. Vorrei raccontarvi di come ho conosciuto qualche angolo di mondo per me troppo lontano spostandomi da casa mia soltanto con un’ora e mezza in macchina. Vorrei raccontarvi di come, anche se tutte persone adulte, un paio di regole qua e là fanno sempre bene, e di come infrangerle ti faccia sentire in colpa tanto quanto durante un campo cadetti/e. Vorrei raccontarvi di quante cose sono riuscito a rompere e di quante poche sono riuscito ad aggiustare, ma nonostante tutto, vorrei che qualcuno vi raccontasse di come il mio essere un poco incapace mi sia stato perdonato. Ma, se vi raccontassi tutto, potrei rovinarvi la sorpresa che troverete la prossima volta che verrete a vedere coi vostri occhi quello che capita al CCL.

Quindi, spero che questo piccolo report abbia funzionato da “aperitivo”, e che abbia stuzzicato la vostra “fame” e la vostra voglia di venire a scoprire che cosa vuol dire diventare parte del cuore pulsante di Agape, senza troppe pretese e con tanta voglia di fare e scoprire, perché da fare ce n’è – sempre e comunque – e da scoprire ancora di più.
Un consiglio? L’inglese maccheronico è il miglior modo per attaccare bottone.

Davide Mancini